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7 giugno 2010

Il Campione quasi Eterno: la chiamata degli eroi, prima parte

Il treno fece il suo ingresso in stazione.
“Porca zozza!” esclamò Ermete Elzeviri, con sommo disappunto di una altezzosa vecchietta e del suo cagnolino dall’aria sussiegosa.
Iniziò a correre. Giunto ai varchi, ingaggiò una breve ma vittoriosa battaglia con i bottoni della sua giacca. Le porte del treno si aprirono senza troppa fretta. Estratto a fatica il portafoglio dalla tasca interna, riuscì a prendere il biglietto e, con mossa rapida ed elegante, ad inserire il medesimo nella apposita fessura del varco.
Il biglietto gli venne risputato in mano senza troppi complimenti.
“’Fanculo!” A volte la sorte ci mette del suo.
La lenta fiumana di pendolari, studenti e varia umanità saliva intanto sul treno, incurante delle sue ambasce.
Al terzo tentativo, il varco gli fece la cortesia di lasciarlo passare.
Riprese a correre, tenendo il biglietto in bocca e il portafoglio in mano.
Ma le porte del treno, con sadica ma inesorabile lentezza, si stavano ormai chiudendo.
Spinse via una donna dall’aria distratta e, senza ascoltare le di lei rimostranze, tentò un disperato scatto.
Fu tutto inutile. Come sempre.
Il treno ripartì quasi irridente.
Sentendosi in vena di strafare, Ermete urlò un “E che cazzo!” quasi spontaneo, dando un pugno all’impudente mezzo di trasporto.
Restò poi a borbottare tra sé e sé un altro paio di minuti, poi, con la consapevolezza di aver fatto un buon lavoro, lasciò la stazione.
Perché Ermete Elzeviri era pagato per perdere il treno.
C’è una strana, sadica soddisfazione nel vedere qualcuno che perde il treno per un soffio, soprattutto se quel qualcuno non siamo noi. Ebbene, per motivi che non sta a noi indagare, il capostazione di questa stazione in particolare aveva deciso di assumere qualcuno che ricoprisse questo ruolo fondamentale nell’economia delle quotidiane emozioni umane.
Non era sempre un lavoro facile. Una volta il treno, già in stazione, si era fermato a pochi metri dalla pensilina. Questo aveva mandato a pallino la sincronia perfetta delle sue azioni. Aveva perciò dovuto fingere di inciampare, restando a terra a imprecare per diversi minuti, per poi rialzarsi giusto in tempo per perdere il treno per un attimo. La parte più difficile era stato rifiutare l’aiuto di un paio di astanti che insistevano a dargli una mano ad alzarsi.
Ma porca miseria, l’altruismo capita sempre quando non sai cosa fartene!
Ad ogni modo, a persone del genere possono accadere le cose più incredibili.
Ma anche no, ad essere del tutto onesti.

Diverse ore più tardi, Ermete era in un vicolo a metà strada tra casa sua e il suo pub preferito, impegnato a svuotare la propria vescica di ciò che restava della tanta birra buttata giù.
Un rumore insolito alle sue spalle lo fece girare di colpo.
Nel grosso cassonetto, l’immondizia si agitava in maniera oggettivamente insolita. Una convention di ratti affamati, persò Ermete, quando da i rifiuti spuntò un oggetto di forma conica e colorato di viola.
Che si rivelò un cappello. Sotto il medesimo, emergendo dalla spazzatura come una specie di grosso fungo allucinogeno, si materializzò una figura decisamente degna di nota.  
Immaginate una specie di hyppie invecchiato male, con barba e capelli tanto lunghi quanto bisognosi di un immediato e risolutivo rendez-vous con acqua e sapone, occhi azzurro slavato e un naso con il quale si sarebbe potuto affettare il salame.
Indossava un gilè di pelle. Viola.
Un paio di pantaloni a zampa. Viola.
Una camicia a fiori. Fiori viola scuro su campo viola chiaro.
E il cappello a punta di cui sopra. Del cui colore già s’è detto.
Si erse in precario equilibrio, con l’aria di chi vorrebbe essere altrove. Una buccia di banana gli pendeva da un orecchio, e un pannolino sporco gli si era appiccicato a una gamba.
Con quello che fu sicuramente un sovrumano sforzo di volontà, l’uomo in viola riuscì ad acquistare una parvenza di serietà. Puntò l’indice in direzione di Ermete ed esclamò, con l’aria di chi la sa lunga, o comunque finge benissimo: “Eccoti, o Campione! Dopo innumerevoli perigli finalmente t’ho trovato! Ora per la mia terra c’è di nuovo speranza!”
“Hai un preservativo usato infilato al dito”, fu la risposta di Ermete.
  
La mossa successiva del misterioso vecchio dai pessimi gusti in fatto di abbigliamento fu tentare di uscire dal cassonetto con un salto. Mal gliene incolse. Una infida busta di plastica gli artigliò con pura malizia il piede destro, facendolo cadere in avanti e battere la testa contro il duro asfalto con un sonoro TLONK!
Seduto a terra, con la schiena appoggiata al cassonetto, stette a borbottare massaggiandosi la fronte per un paio di minuti. Ripeteva qualcosa sullo stile di “Sono troppo vecchio per queste cose.”
Gli sarebbe sicuramente spuntato un bernoccolo, o magari un livido. Il che si sarebbe intonato a meraviglia con i suoi vestiti.
Ancora poco sicuro che non si trattasse dell’effetto della birra, Ermete restò lì a fissarlo finché non lo vide alzarsi di nuovo in piedi, provare a ripulirsi (senza particolare successo), e tornare a squadrarlo con espressione intenta, e una certa fissità nello sguardo, ad essere completamente onesti.
“Ora che ti ho trovato, Campione, tu verrai con me, e insieme salveremo la mia terra. Non è questa la tua vita.”
E indicò il vicolo buio e lurido.
“Nel tuo futuro ci sono fama e avventura,” continuò, “un destino fulgido che ti spetta di diritto!”
Di fronte ad una simile offerta, Ermete, un uomo la cui esistenza era contraddistinta da un lavoro stupido e senza grandi prospettive di carriera (a meno di non mettere su un’agenzia di perditori di treni professionisti, idea che diverse volte aveva fatto capolino nella sua mente contorta), da una vita sociale sostanzialmente inesistente (se si escludevano le sporadiche partite a freccette con gli altri quattro gatti spellacchiati dei clienti abituali del pub Il Boccale di Birra, la cui intelligenza media era pari a quella di una scimmia minorata, e che evidenziavano in conversazione un estro e una fantasia tragicamente inferiori a colui che aveva dato il nome al locale), e da una attività sessuale paragonabile a quella di un cubetto di porfido con l’alitosi, fece l’unica cosa sensata da fare.
“Fossi in te, farei causa al mio spacciatore.”
E detto questo, diede le spalle allo strambo in viola e si mise di nuovo in cammino verso casa.

Girato l’angolo, si ritrovò di nuovo faccia a faccia con Colui Che Emerse Dal Cassonetto Indossando Abiti Dal Colore Improponibile.
“Come hai fatto a spostarti così in fretta?”
“Non puoi fuggire al tuo fato! È scritto che sarai il salvatore della terra di Svangonia, capisci?”
Si accorse che Ermete lo fissava con espressione pensierosa e, credendo che questo stesse a indicare una maggiore attenzione da parte sua alle sue parole, proseguì, un tantino rinfrancato.
“Tu sei il Campione. Quando il Male emergerà dalle tenebre,” intonò come a memoria, stile bambino che recita la poesia di natale, “Il Campione verrà tra di noi, e si opporrà stolido e immarcescibile al Nemico, trionfando alfine dopo lungo periglio, aiutato da altri prodi e varii omini di buona volontà, o la cui collaborazione è acquistabile a buon mercato.”
Arricciò il naso.
“Quest’ultima parte non mi ha mai convinto del tutto, ad essere onesti.”
Ermete continuava ad ascoltare senza battere ciglio. Gli ingranaggi del suo cervello si muovevano rapidi e infallibili nell’elaborare i dati a sua disposizione. O una buona approssimazione.
“Ebbene, il Male sta tornando! È’ ora che il Campione intervenga. Scoprire la sua identità è stato duro. Raggiungerlo ancora di più.”
Lo strano tipo si impettì tutto e sorrise il sorriso dei veri professionisti, quello che è universalmente traducibile con è un lavoro duro, ma qualcuno deve farlo.
“Niente di impossibile ad un mago dell’ottavo cerchio e tre quarti, ovviamente.”
Si rese conto della mancanza di partecipazione al dialogo da parte di Ermete.
“Allora. Vedo che stai pensando a quello che ti ho detto. Sarai come minimo un tantinello sorpreso. Non mi stupisco. Ci sono domande?”
“Sì”
“Spara. Sono pronto a rispondere a qualsiasi quesito. A sciogliere qualsiasi dubbio. A fugare in un baleno le nebbie dell’incertezza. A mostrare la verità, per quanto essa possa essere difficile da comprendere e dura da accettare. Dimmi, orsù, cosa vuoi sapere?”
“Come cazzo hai fatto a muoverti così in fretta?”
Colui che si era definito mago dell’ottavo cerchio e tre quarti restò un attimo interdetto. Solo un attimo.  
“Beeeeh. È una faccenda complicata. È una questione di magia quantica. Curvatura dello spazio. Flussi di energia cosmica. La capacità di influenzare le leggi della natura e di piegarle al proprio volere. La possibilità di valicare i limiti che tarpano le ali agli uomini comuni, prerogativa questa di tutti i maghi. Non so se mi sono spiegato.”
“No.”
“Correvo i cento metri piani in nove secondi.”
“Ah.”




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