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11 luglio 2010

Il Campione quasi Eterno: la chiamata degli eroi, seconda parte

Di grazia, chiese Ermete, “ce l’hai un nome?”
Stavano parlando mentre proseguivano in direzione di casa sua. A due passi dalla medesima c’era una stazione di polizia, ed Ermete aveva più di una mezza idea di far arrestare il suo interlocutore. Minimo minimo doveva esistere una legge che impedisse alla gente di andare in giro così conciata.
Certo, Campione, Apostasius è il nome. Mago dell’ottavo cerchio e tre quarti, tre volte vincitore del Torneo di Magia Rutilante Nonché Decisamente Appariscente, e Ideatore del famoso incantesimo per impedire alle fette di pane imburrato di cadere sul lato del burro.”
Elencati i suoi titoli con più di un minimo di malcelato orgoglio, Apostasius si scontrò con l’apparente indifferenza di Ermete.
Sai, Mago dell’ottavo cerchio e tre quarti è praticamente il massimo sulla piazza.”
Ermete non era mai stato bravo a fingere interesse. Per mancanza di allenamento.
Subito sotto al nono cerchio, immagino.”
Non esistono maghi del nono cerchio. Il nono cerchio è un cerchio simbolico. Il cerchio della conoscenza assoluta. Nessuno può raggiungere un tale livello di potere magico.”
E allora perché non fermarsi all’ottavo?”
Ma perché stava lì a chiedere queste cose ad un pazzo emerso dalla spazzatura vestito come un idiota?
Sempre meglio delle scimmie poco sveglie lì al pub, in effetti.
Il che la diceva lunga. Su cosa, Ermete non ne era sicuro. Su tutto, probabilmente.
In effetti si credeva che l’ottavo cerchio fosse il massimo raggiungibile da un mago. Poi il leggendario Ipocondrikus inventò la magia per girare la frittata senza farla rompere. E allora fu immediatamente chiaro che c’era un livello superiore all’ottavo. L’ottavo cerchio e un quarto. E così via.”
Guardare Apostasius era l’equivalente di darsi una martellata in testa, in quanto a capacità di far venire l’emicrania. Il viola dei suoi vestiti non era il viola di tutti i giorni, era il viola delle grandi occasioni. Rifulgeva di possente violitudine. Era un viola con carattere. Un brutto carattere. Dopo pochi secondi, gli occhi già lacrimavano. Questo, e il generale obnubilamento provocato dalla birra, non impedirono comunque alla mente di Ermete di fare un paio di calcoli facili.
Scusa. Ma dopo l’ottavo cerchio e tre quarti?”
Non c’è nulla.”
Ma lo si diceva pure dell’ottavo, no?”
È diverso.”
Visto che il nono non è raggiungibile. Per definizione, direi. Cosa ci sarebbe, un ottavo cerchio e quattro quinti?”
Apostasius scosse la testa.
Non puoi capire.”
Risposta tipica di chi si rende conto che lo scontro dialettico sta per chiudersi con una sua sconfitta e si ritira fingendo di accontentarsi di un vigliacco pareggio.
Ermete, fortunatamente per lui, stava già pensando ad altro.
Fammi capire. Tu saresti un mago. Dimostramelo!”
Apostasius sembrò non gradire la richiesta. Sul suo viso si dipinse un lampante imbarazzo. Ma, e va detto a suo merito, recuperò in fretta.
Nel tuo mondo la magia è molto debole. Non posso attingere alla pienezza dei miei poteri, che tu comunque non potresti comprendere nella loro imponderabilità.”
Farò a meno di pane e burro, allora.”
Il presunto mago incassò da vero signore.
Magari, una piccola magia dimostrativa non sarebbe al di fuori delle mie possibilità.”
Squadrò Ermete da capo a piedi.
Mi dica, Campione, ha qualcosa di valore addosso?”
La cosa che vale di più è il mio orologio.”
Trattavasi per lo più di valore affettivo. Era un orrido orologetto di plastica, uscito da un uovo di pasqua che aveva impunemente rubato al supermercato, infilandoselo sotto la maglia e fingendo che fosse la sua pancia. La cassiera lo aveva guardato con un misto di disprezzo e commiserazione, ma non aveva battuto ciglio, probabilmente troppo disgustata. Fiero di questo duro colpo portato al sistema, Ermete indossava l’orologio con inusitata fierezza.
Ah, a che serve?” gli chiese Apostasius.
A segnare il tempo, no? “ORO” da “ore”, e “LOGIO” da “logico”. Cioè è logico che serva a segnare l’ora. Per essere un mago mi sembri un bel po' ignorante.”
L’incubo viola a due zampe ignorò la frecciata e allungò la mano con espressione significativa.
Ermete capì al volo.
Non facciamo scherzi, però.”
Si sfilò l’orologio e glielo porse.
Apostasius tirò fuori da una tasca dei pantaloni un fazzoletto. Il cui colore non sorprese affatto Ermete, e vi avvolse il prezioso segnatempo.
Con le clessidre ha sempre funzionato.”
Poi, con mosse lente e misurate, sicuramente simboliche di verità superiori e incomprensibili al volgo grezzo e poco versato nelle arti arcane (categoria a cui Ermete pareva rientrare di diritto, agli occhi di Apostasius), appoggiò l’involto a terra.
Infine, con improvvisa rapidità, alzò un piede è calo un solenne pestone sul fazzoletto. Un pezzo della fibbia del cinturino schizzò via.
Il mago, o presunto tale, si aspettò a quel punto di leggere lo sgomento sul viso del suo, invero sparuto, pubblico. Ma Ermete aveva una faccia che significava solo “so già dove andrai a parare”. Decise quindi di fare finta di niente e proseguire nella dimostrazione.
Raccolse il fazzoletto, e lo infilò, col suo contenuto maciullato, nell’orribile cappello a punta. Dopodiché, chiudendo gli occhi, pronunciò una frase incomprensibile che suonava più o meno “Is Non Tignuf Sutagref Mus”. La ripeté una dozzina di volte, ma ogni tanto socchiudeva un occhio, nella speranza di scorgere sul viso di Ermete un minimo dello stupore che si confaceva alla situazione.
Ma niente. Ermete era il monumento all’impazienza. Inoltre, alla dodicesima ripetizione dell’arcana formula, iniziò a battere il piede a terra e ad assumere un cipiglio più fiero del solito. Probabilmente i fumi dell’alcool si stavano disperdendo, e un minimo di insofferenza iniziava a fare breccia.
A quel punto, Apostasius rovesciò il cappello, afferrando al volo il fazzoletto che ne cadde fuori.
Ma non l’orologio.
Che, fortunatamente, cadde sull’abbondante prodotto dell’apparato digerente di un qualche cane che doveva essere passato in zona di recente. Un cane con evidenti problemi di diarrea, si sarebbe detto.
Lurido oltre ogni possibilità di sopportazione, ma miracolosamente tornato integro, l’orologio fu restituito al legittimo proprietario da un Apostasius che lo fissava come un bimbo che ha appena realizzato il suo capolavoro pittorico sul parato buono del salotto e si aspetta dai genitori solo adamantino plauso e lodi sperticate.
Embè? Sta roba la può fare qualsiasi prestidigitatore da quattro soldi. Son buoni tutti a rompere un orologio e poi a ripararlo!”
Apostasius lo fissò dritto negli occhi.
Sì, ma adesso non va più indietro di tre minuti.”
Possibile, pensò Ermete, che dietro l’apparenza di fricchettone mal messo, dietro lo sguardo da pesce lesso rassegnato, ci fosse davvero qualcosa di più? Apostasius era lì a fissarlo, con un’aria talmente sicura di sé che quasi quasi potevi iniziare a credere a tutte le sue assurdità. C’era anche un’ombra di speranza nel suo sguardo, a guardare bene.
Poi il buon senso riprese il sopravvento.
Il mio orologio non andava indietro.”
Ermete lo vide sgonfiarsi come un pallone bucato.
Beh, io ci ho provato.”

Come hai detto che si chiama, la tua terra?”
Svangonia.”
Nome del cazzo.”
A tal proposito, o Campione, vorrei attirare la tua attenzione su un particolare aspetto della tua persona, in merito alla situazione attuale, insomma, alle condizioni, per così dire fisiche, in cui ti trovi. Avrei dovuto fartelo notare prima, probabilmente…”
Ermete si rese conto che Apostasius voleva dirgli qualcosa, il che fa onore alle sue capacità deduttive.
Vieni al dunque.”
Apostasius guardò in basso. Ermete fece lo stesso. Le sue scarpe? No, non l’aveva calpestata. Più in alto.
Ah.
Se uno ti interrompe…

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