Forse non tutti sanno che, nel lontano 1992, nessun GdR su PC faceva lo sforzo di registrare missioni e altre informazioni in un diario liberamente consultabile. Di mappa automatica non ne parliamo proprio. C'era una sola soluzione, ovviamente: carta e penna. Tra Eye of the Beholder II, Ultima VI, Ultima V, Ultima IV, Savage Empire, Martian Dreams, Ultima VII Serpent's Isle e un numero incalcolabile di GdR di D&D prodotti all'epoca dalla SSI, ho perso il conto dei quaderni e dei fogli volanti utilizzati per prendere appunti su praticamente qualsiasi cosa. I miei preferiti, relativamente a Ultima, sono gli elenchi di cose da fare, che sembrano un incrocio tra una lista della spesa e la pianificazione delle vacanze.
Si rende probabilmente necessaria una precisazione. Solo con Ultima VII il buon Lord British avrebbe cominciato a inserire dialoghi a risposta multipla nei suoi giochi. Fino a quel punto, l'unico modo per interloquire con i tanti personaggi non giocanti era quello di scrivere la giusta parola chiave. Un po' come in una vecchia avventura testuale o le prime avventure grafiche Sierra. Alcune parole erano fisse dai tempi dei tempi (Name e Job, per esempio), ma il resto andava ricavato dai dialoghi stessi.In Ultima VI le parole chiave venivano evidenziate in rosso nel testo, e quindi di volta in volta mi toccava scrivermele su un pezzo di carta per evitare di scordarmene qualcuna. Il bello era che potevi anche provare a chiedere di cose che non erano state evidenziate, con la possibilità di ottenere comunque una risposta a tema. La cosa spingeva a sperimentare e facilitava l'immersione. E, in effetti, se qualcuno mi chiedesse oggi se vorrei che si tornasse a quel sistema, la mia risposta sarebbe inevitabilmente... "ma manco per il cazzo."
Questa pregevole mappa vergata su un autentico foglio strappato da un quaderno a quadretti del 1993 è testimonianza di uno dei massimi momenti di soddisfazione che il sottoscritto abbia mai ricavato da un gioco. Ultima VI mi stava durando da mesi ormai, complice anche la mia inesperienza, unita al fatto che fossi stato così rapito dal gioco che ogni tanto mi accontentavo semplicemente di andare in giro per la mappa. Ma quel benedetto dungeon mi stava facendo impazzire. C'era questa cella chiusa con una grata, e al suo interno una leva, che probabilmente apriva il resto delle porte delle segrete, permettendomi di proseguire. Non avevo però alcun mezzo per aprire la grata in questione dall'esterno, o almeno così credevo. Ci avrò sbattuto la testa non so più quanto tempo, provandole tutte. Poi un mattino l'illuminazione, sostanzialmente un orgasmo mentale. E se provassi a usare l'incantesimo "telecinesi" attraverso le sbarre per spostare la leva? Ora, in pieno 2010, nessuno può stupirsi della soluzione in questione quanto del tempo che ci ha impiegato il sottoscritto ad arrivarci, ma nel 1993 ero davvero alle prime armi. Credo di essermi sentito un genio per diverse ore. Guardavo il mondo dall'alto del piedistallo simbolico della mia intelligenza superiore. Provavo un senso di paterna sopportazione per le persone che fuori dalla mia finestra si affaccendavano nelle loro cose, inconsapevoli (beata ignoranza!) delle supreme vette di pensiero che si stavano raggiungendo tra le quattro mura della mia camera. Cosa poteva saperne, la signora con la sporta della spesa, il cui supremo sforzo intellettivo era rivolto al massimo a non farsi fregare dal salumiere? E costui, dal suo canto, stava impiegando ogni risorsa mentale per far comprare alla signora in questione quel prosciutto crudo in offerta, dichiarato "dolcissimo e morbido", ma che all'atto della consumazione si sarebbe rivelato secco come la mummia di Tutankhamon. Ma con un sapore peggiore. Piccole menti per piccoli uomini. Li guardavo dall'alto in basso, e non tanto perché mi trovassi al primo piano del palazzo e loro in strada, quanto piuttosto perché ero consapevole di stare vivendo un momento di snodo nella mia esistenza. Avevo aperto la fottuta grata. Cosa avrebbe potuto fermarmi adesso? Sentivo ogni neurone scalpitare, non c'era posto nella mia mente per altro che non fosse la voglia irrefrenabile di penetrare col pensiero negli ingranaggi stessi del reale, fino a svelarne il funzionamento, i meccanismi più nascosti. Ecco, lo sentivo, da lì a un momento l'universo avrebbe riconosciuto me, colui che aveva aperto quella cazzo di grata di merda, come l'uomo destinato a conoscerlo. Da un momento all'altro la prima rivelazione mi sarebbe esplosa nella testa, illuminandomi dall'interno col fuoco della verità. Ero pronto.
Ma poi mia madre mi chiamò per la cena, e in fondo anche un po' sticazzi, dai.


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