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28 gennaio 2011

Il Campione quasi Eterno: la chiamata degli eroi, terza parte

"A-III-AAAAH” fece Lillo, il pappagallo senza nome, dal suo trespolo.
Erano finalmente giunti a casa di Ermete. Apostasius era stravaccato, con aria da cane bastonato, sul divano, e fissava il vuoto con gli occhi rivolti verso il soffitto. A seguire il suo sguardo, ci saremmo accorti che era fisso su una strana macchia la cui forma ricordava vagamente un canguro microcefalo. Ma non è questo il punto. Per lunghi minuti aveva continuato a raccontare le sue storie su Svangonia, il Male e questo fantomatico Campione. Per Ermete la cosa aveva smesso di essere interessante da un pezzo e mezzo.
Occhei, amico. È stato divertente, tutto sommato. Mi sento come uno che ha scroccato l’ingresso al circo, perciò adesso ti offrirò una tazza di caffè fumante, e dio solo sa se ne hai bisogno, e poi bye bye, ognuno torna alla propria vita.”
Apostasius emise un triste sospiro di rassegnazione, si alzò dal divano e iniziò a guardarsi attorno.

Ah, L’Alto Concilio di Maghi e Collaterali vorrà la mia testa su una lancia, per aver fallito. Bella casa, comunque, piena di oggetti peculiari.”
Si, certo. Come le magiche sfere che emettono luce, e l’incredibile riproduttore di immagini in movimento. Davvero, dovresti smetterla di sniffare la colla. O quello che è.”
Il tristo figuro dagli abiti sgargianti parve non cogliere la frecciata.
Vabè,” continuò Ermete. “Adesso io vado a farmi una doccia. Domani devo perdere un treno alle sei del mattino. Mi sa che chiederò un aumento di stipendio.”
Apostasius continuava ad aggirarsi per la casa come un’anima in pena.
Attento a dove metti le mani. E non sfruculiare il pappaga…”
Ahia!” fece Apostasius, scuotendo la mano.
A-III-AAAAH!” confermò Bernardo, il pappagallo senza nome, dal suo trespolo.
Ha il vizio di beccare chi non conosce. Ma vedo che sei già pervenuto a questa scoperta applicando l’infallibile metodo empirico. Vuoi vedere che sei un mago sul serio?”

Sotto la doccia, protetto da una tendina di plastica decorata con un motivo a paperelle, Ermete si rilassava senza pietà.
A questo punto, un regista decente avrebbe inserito una musica incalzante, un lento ma inesorabile crescendo di note, preludio a chissà quale efferato gesto.
Noi dovremo accontentarci di Ermete che intona l’aria del convitato di pietra dal Don Giovanni di Mozart, col braccio destro teso in posa declamatoria e quello sinistro intento a detergere i più imi recessi del suo corpo insaponato.
Fatto sta che, nel bel mezzo di un sentitissimo “Pentiti!”, la tendina venne scostata di colpo, e il nostro si trovò al cospetto di un Apostasius dall’aria particolarmente minacciosa che gli puntò contro un indice sanguinante e urlò qualcosa del tipo “Diuq Non Taciris Non Taciros!”

Il tempo si fermò. L’universo trattenne il fiato. Nella casa accanto, il signor Gilberto Camucchi si rese conto di non amare più sua moglie. Nel cortile, una farfalla batté le ali. Contemporaneamente, e parlare di coincidenza mi sembra fuori luogo, in Giappone alla figlia dell’Imperatore spuntò il dente del giudizio. Nello spazio, un gigantesco meteorite decise di fare il giro largo e, per ora, di non venire a schiantarsi sulla Terra. Dai rami di una grossa quercia, tutti gli uccelli presenti spiccarono improvvisamente il volo. Tranne uno storno con la puzza sotto al becco, che se ne vedeva bene di seguire la massa. A Torre del Greco, stazione della Circumvesuviana, un treno arrivò in perfetto orario. Sul volo intercontinentale Roma-New York, la signora Eleuteria Zicchinolfi si ricordò improvvisamente di avere lasciato l’acqua aperta nel bagno. In Africa, il leone continuò a dormire beato. Tanto, come al solito, a prendere la gazzella ci avrebbe pensato la leonessa.
Di tutte le cose, più o meno incredibili, che accaddero in quel lunghissimo istante, a Ermete non poteva importare di meno.
Ciò che avrebbe sempre ricordato di quel momento fu la sensazione di venire aspirato dalla doccia. Cosa che non era poi molto lontana dalla realtà. Le sue ultime parole, prima di scomparire tra gli spruzzi d’acqua, furono: “Ma porca zoz…”
Poi il buio. La sensazione di fluttuare per un tempo breve eppur lunghissimo (e con questo siamo coperti con i luoghi comuni, per lo meno per un paio di pagine). Quindi un lampo accecante, seguito da una esplosione psichedelica di colori che a quanto pare è obbligatoria in situazioni del genere, e infine la consapevolezza di trovarsi sospeso in aria a un paio di metri dal suolo.
-za!”

Apostasius apparve al suo fianco pochi istanti dopo, quando lui s’era appena rialzato. La prima cosa di cui si rese conto fu di non essere né nudo né gocciolante, come si sarebbe atteso.
Si prese un minuto per esaminare il suo nuovo abbigliamento.
Era vestito praticamente da Robin Hood dei poveri, con grande spolvero di frange alle maniche e cappello con piuma regolamentare.
Il fatto che tutti i suoi abiti fossero viola, però, lo faceva assomigliare a una versione gay di Errol Flynn.
Qui qualcuno ha un colore preferito.”
È stato un azzardo, Campione,” esordì Apostasius. “Portarti qui contro la tua volontà. Ma non avevo altra scelta. Ora crederai alle mie parole.” e allargò le braccia indicando il paesaggio circostante.
Si trovavano al centro di una radura erbosa. Attorno a loro c’era un cerchio di grosse pietre ricoperte di muschio.
Ha senso, pensò Ermete, un cerchio di pietre. Perché la cosa non mi stupisce?
Inizi a convincermi, Apostasius carissimo,” concesse alfine. “Che cos’è questo? Una specie di calendario lunare usato dai druidi per calcolare i giorni adatti a cogliere il vischio per le pozioni?”
Il mago lo guardò con l’aria di chi guarda uno che è entrato in una salumeria a chiedere mezza dozzina di chiodi a pressione e una chiave inglese del 12.
No, è una piazzola per i picnic. Forse il viaggio ti ha un po’ scombussolato.”

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